IL TEATRO POPOLARE ROMANO nel I° sec. d.C.   MIMO, PANTOMIMO E FARSA ATELLANA

regia di Gabriella Chiodarelli  Testi di Gabriella Motta

Introduzione Plauto Atellana Mimo Ars Amatoria Pantomimo
   

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PANTOMIMO

Diversa da atellana e mimo che riprendono i temi comuni e a volte banali della vita quotidiana, la pantomima elabora invece i temi della mitologia e della storia, ma li adatta al nuovo gusto del pubblico, e allora li rende più facili, comprensibili, quasi superficiali, e per far questo deve esaltare gli aspetti visivi.

Pantomima, che vuol dire capacità di imitare situazioni diverse, è il nome della forma teatrale, e pantomimo è l’attore.

Egli deve interpretare il ruolo soltanto con il linguaggio del corpo, e allora il movimento delle braccia, delle mani, delle dita, dell’intero corpo. Non con la voce, perché la declamazione del testo viene affidata  a un coro di voci narranti.

 

Il mito che si è scelto di interpretare è quello di Dedalo e Icaro.

Dedalo è un abile architetto ateniese. Sull’isola di Creta ha costruito il labirinto in cui nascondere il Minotauro, il mostro metà uomo e metà toro, per volontà del re Minosse. Ora Minosse  non vuole restituirgli la libertà, anzi lo chiude, prigioniero, nel labirinto stesso, e con lui il figlioletto Icaro.

Dedalo non si arrende: escogita per sé e per il figlio un metodo per fuggire: sarà attraverso il cielo, con le penne degli uccelli raccolte e disposte in modo da poter volare, come gli uccelli. Sarà così.

Ma poi Icaro, inebriato dal volo, dimenticherà i suggerimenti del padre, volerà troppo in alto e il calore del sole scioglierà la cera che teneva unite le penne delle ali.

Precipiterà nel mare e il padre vedrà quelle stesse penne galleggiare sulle onde.

È il tema del tentativo del volo da parte dell’uomo, ancor più il tema della libertà, che appartiene alla mitologia, e alla storia, ma di ogni tempo.

 

Con la pantomima, che conclude la serata, viene messa in scena una forma teatrale che è soprattutto da vedere.

D’altronde queste parole teatro-spettacolo-spettatori hanno in sé il significato originario proprio di “vedere”.

 

DEDALO E ICARO    testo originale di Gabriella Motta

CORO: tre figure femminili ferme, quasi astratte: in mano un rotolo di pergamena, nessuna interferenza gestuale con i due pantomimi. Alternanza delle tre voci soliste: una in funzione narrativa, la seconda si rivolge a Dedalo, la terza a Icaro.

Hai modellato la pietra e hai formato immagini simili a quelle dell’uomo.

Hai lavorato il metallo e giocato col fuoco, per piegare i metalli e ricrearli in oggetti preziosi.

 

Hai costruito un palazzo infinito di stanze e tra le stanze cortili e corridoi che si intrecciano e si confondono.

E ora ti confondono, Dedalo, e tu che ne sei l’artefice, non sai trovare la via d’ uscita.

 

 

 

C’è il mostro, nel labirinto, che tu hai creato:

un recinto chiude lo spazio,

poi lo spezza in mille stretti cunicoli oscuri

e si fa reticolo che ti avviluppa e ti soffoca.

Fuori dal labirinto c’è il mare:

aperto, azzurro, luminoso.

Ma non ci sono vele per correre via sulle onde.

 

Hai piegato il tuo pensiero, Dedalo?

Non disperare, tuo figlio Icaro è la speranza.

Ritrova la fiducia nel tuo ingegno

e cerca la via per uscire dal labirinto.

Guarda intorno: non la terra, non il mare.

Guarda il cielo: il labirinto non ha tetto.

Per l’aria potrete andare; di lì riuscirete a fuggire.

 

Ora raccogli le penne degli uccelli che cadono dall’alto
Lega l’una all’altra con un filo di lino e incollale con la cera.

Dona alle tue composizioni una leggera forma curva
e  rendile simili alle ali degli uccelli.

 

Il lavoro è ben fatto e tu sei felice
e guardi Icaro che si diverte a giocare con quelle ali.

Prova a indossarle e vedi se riesci a mantenerti in equilibrio.

Ecco, agiti le braccia nell’aria, come per volare,
e riesci a mantenerti sospeso.

 

Si, sentirsi liberi,
inebriarsi di nuvole e d’aria .

 

Presto  le ali sono sistemate sulle spalle del padre e del figlio.

E il padre ad ammaestrare,

e ad ammonire a non volare troppo in basso,

dove l’umidità del mare renderebbe pesanti le penne;

neppure troppo in alto, dove il calore del sole farebbe sciogliere la cera.

Sii prudente, giovane Icaro,

non lasciarti prendere dall’entusiasmo,

non voler essere  troppo audace.

Mantieni sempre la stessa altezza.

Segui sempre tuo padre. E ora lascia che egli ti abbracci.

 

Un momento di esitazione ancora

e poi Dedalo e Icaro,

eccoli, sospesi nel cielo.

 

Un pescatore, e un pastore, e un contadino, giù sulla terra,

alzano lo sguardo e si meravigliano dell’insolito spettacolo:

pensano che questi siano dei,

perché solo gli dei possono percorrere  le vie del cielo.

 

Sì, il giovane Icaro è stordito

da tanta altezza e libertà e velocità,
è tratto dal desiderio di salire sempre più in alto, verso il Sole.

Ma il forte calore fa sciogliere la cera profumata,
le sue spalle si denudano delle ali.

Sbatte le spalle, e le braccia, ma non incontra più la resistenza dell’aria.

Invoca il padre.

Poi cade, pesantemente, nel mare.

 

Dedalo, non vedi più tuo figlio;
lo chiami angosciosamente, ripetutamente,
e la tua voce si perde nel vento.

Se guardi in basso,
vedi le penne galleggiare sulle onde.